Novelle Medea e Recalcati

Delacroix-la furia di Medea

Allego il link all’articolo di Recalcati a cui mi riferisco: una donna immigrata di 38 anni albanese residente a Lecco che ha ucciso le sue tre figlie come Medea in successione alla perdita, alla separazione e al tradimento del marito.

Recalcati:”Mamme Medea. L’amore divorante che si trasforma in desiderio di morte”

Recalcati dice:

“La volontà narcisistica di avere un figlio ideale, perfetto, coincidente con il figlio immaginato, non può accettare il limite costituito dall’esistenza reale del figlio. L’amore materno che è sempre amore per il figlio nella sua particolarità anche più difettosa, lascia in questi casi il posto ad una sua trasfigurazione perversa: la gioia della maternità non è più quella di donare la vita ma solo quella di avere un figlio ideale. Se il figlio si discosta da questo ideale deve essere rifiutato. Molte depressioni post partum parlano di questo rifiuto che trova la sua manifestazione più crudele nel passaggio all’atto dell’infanticidio.”

Recalcati circa la situazione di questa donna coglie certamente un aspetto non trascurabile della faccenda la non elaborazione del lutto, la mancata accettazione della castrazione  ma solo il più razionale e il meno aderente ai vissuti   esperienziali della donna non ha fatto alcun accenno alle sue prime parole che riportano i giornalisti la donna in stato confusionale dice:Volevo evitare loro un futuro di disperazione  o volevo proteggerle dai mafiosi….

Dire che l’omicidio del figlio è frutto della mancata accettazione del figlio reale, mancata accettazione dei limiti del reale  può essere vero ma altrettanto evidente è il fatto che questa non è una depressione post-partum e che il riferimento ad essa è un estensione dell’autore per analogia alla situazione della donna ipoteticamente depressa per la separazione dal marito.

Il termine stato confusionale è nato in psichiatria per dare un nome a ciò che non si conosce. l’atteggiamento fenomenologico  in psicopatologia è più attento al mondo interno della persona che giace e agisce nella disperazione meno propenso a seguire categorie o concetti psicoanalitici acquisiti.

 

La psicologia più attuale inoltre ci spiega che noi siamo esseri razionali ma anche profondamente mistici non abbiamo confini così netti che ci dividono dagli altri e dal mondo esterno.

In psicoanalisi a questo modo di vivere il mondo “oltre i confini”  viene dato il nome di proiezione/introiezione questa proiezione è il nostro particolare  modo di cogliere il mondo esterno. Proiezione negativa e proiezione positiva, inconscio della cantina e inconscio della vetta, frustrazione o sofferenza e creatività.

 

Le figlie per questa madre sono l’estensione di se stessa ,  sono quella parte di sé che viene uccisa per essere protetta dalla malignità del mondo e dalla morte che ha invaso il mondo, per essere protetta da quella parte di sé furiosa irata e devastata dalla paura, lo stato di angoscia profonda spesso assume l’immagine di fine del mondo.

La separazione dal marito ha consegnato la donna al vissuto di un trauma profondo che non ha più risorse difensive e costruttive.

La famiglia è stata l’ unico contenitore della tragedia? Questo è l’ interrogativo.

Perché per questa famiglia che era immersa nella fragilità più totale non ci sono stati altri contenitori, la cultura, la religione, le associazioni, l’amicizia, i vicini di casa?

Perché non c’era né fuori della famiglia, i vicini parlano di normalità , né dentro la famiglia, la consapevolezza della fragilità e del bisogno per chiedere aiuto.

Il padre, riportano i giornali chiede alle figlie di perdonarle dal cielo per la loro fragilità. Una fragilità non riconosciuta e capita, prima della tragedia.

Recalcati ci trasmette una spiegazione una razionalizzazione a cui sono pervenute negli anni alcune correnti della psicoanalisi e prende in causa in primis la mente e il soggetto inteso come individuo.

Ma il suo atteggiamento di fronte a questo fatto non è diverso da quello di coloro che per giustificare il suicidio di un imprenditore trovano le spiegazioni e le razionalizzazioni nella crisi economica e nei fallimenti che essa fatalmente procura, quindi prendono in causa in primis la società.

Sono entrambe due visioni parziali anche se opposte.  

La prima e la seconda lettura di questi casi di disperazione sono univoche e limitative.

Perché c’è un  fuori senza difese che riflette un dentro e un dentro traumatico che riflette un fuori.

Un fuori senza difese e intendo la società che ha esaurito le risorse, i rituali, i percorsi e la cultura della sofferenza che non è più capace di riconoscere il dolore.

Un dentro traumatico che non è più capace di riconoscere la fragilità e il dolore interno perché colpevole di fallimento verso il proprio ideale di perfezione in amore o in affari e contemporaneamente non è più capace di trovare speranza nel fuori.

Un amore o un impresa fallita che  lascia inermi senza risorse né economiche, né psicologiche fa sentire colpevoli e umiliati, finiti, disprezzati, odiati, morti.

La violenza nel  suicidio/omicidio diventa una protezione dal male che si sente dentro e fuori di sé.

La debolezza della nostra società sta nel non riconoscere più il male e la fragilità che lo genera e il dolore che necessita di essere attraversato per superare la tragedia.

Una società che trasmette solo modelli ideali da raggiungere che ricerca solo idealizzazioni nell’amore e nel successo economico o professionale  costruisce solo una potente fragilità umana, non vengono creati nel cuore degli individui luoghi che possono accogliere il dolore ed elaborarlo, luoghi che accettano il dolore senza giudicarlo.

Certo ci sono gli psicoterapeuti e ci sono i religiosi. Ma la nostra cultura giornalistica ci informa che gli psicoanalisti parlano di “ volontà narcisistica di avere un figlio ideale non perfetto e di omicidio come rifiuto del figlio reale”  e gli psichiatri di depressione o mania o paranoia.

Quale cultura dobbiamo coltivare per attraversare il fallimento nella nostra vita senza uccidere o uccidersi, senza vendicarci su noi stessi o sugli altri per il dolore che non vogliamo/riusciamo a sopportare?

La cultura della tolleranza e del non giudizio, della accettazione, ma soprattutto una cultura che non  insegna a coltivare un immagine e un ruolo di madre, di professionista, di  santità, di perfezione e di realizzazione, di forza o di potere,  ma che insegna ad essere prima di tutto una persona che prova sentimenti ed emozioni di paura, di dolore e di tristezza o di rabbia e ad esse impara a rapportarsi, diciamo che li rispetta assegna loro un posto meritevole di interesse, riflessione e cura.

La nostra società con tutti i gradi di scolarità fino a 25 anni non solo non insegna ad accettare la propria impotenza, vulnerabilità e la propria ferita, ma non insegna nemmeno a riconoscerle nel volto del nostro prossimo. La sofferenza ormai sembra vissuta solo nella solitudine non sottoposta né allo sguardo dell’altro ( oltre la famiglia per questa donna non c’era nessuno) né allo sguardo di sé da cui può sorgere una domanda d’aiuto.

Se non c’è domanda, non c’è sguardo, non c’è coscienza, c’è solo l’innesco di una macchina agente e folle.

Bisogna educare al riconoscimento dei sentimenti e alla accoglienza del dolore, la nostra attuale cultura occidentale prepara invece l’uomo all’efficenza, al risultato, al raggiungimento dell’obbiettivo, e anche la religione cristiana mi sembra indirizzata a tale scopo, non diventare consapevoli, ma diventare santi per meritare il paradiso nell’al di là, una religione indirizzata ad un obiettivo da raggiungere. Che ad esso subordina le proprie azioni e che destina l’uomo a schiacciare e a rifiutare quella parte di sé debole e dolorante, disprezzata e colpevole, furiosa e ferita, la parte destinata all’inferno dell’anima.

Inferno dell’anima che non viene patito e riconosciuto su questa terra, ma in un luogo altro trascendente dell’aldilà.

L’esperienza di tali atti estremi di follia  ha origine in momenti e vissuti in cui, il mondo in cui è immersa la persona assume una pericolosità terrorizzante, una paura senza nome da cui scaturisce una violenza senza limiti. Le prime parole della donna, sopra riportate sono state trascurate da Recalcati, ma io credo che siano importanti nel guidarci ad un significato. Uccidere i figli diventa come uccidere e salvare se stessa, dalla distruzione totale, dalla disperazione come irruzione traumatica di una potenza negativa.

Uccidere e salvare sono termini contrari , ma nei fondali dove si sta muovendo l’azione psichica primitiva i significati contrari coincidono la vita diventa la morte e la morte diventa la vita.

La fenomenologia del male, e il regno della la sofferenza e della fragilità sepolta che ad essa rimanda,seguono una logica paradossale certamente lontana da quella aristotelica.

Annunci
Tag: , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: