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8 gennaio 2016

Botta e risposta, transfert e contro transfert in una corsia ospedaliera.

Dopo aver trascorso l’intera giornata del primo dell’anno 2016 al pronto soccorso Careggi di Firenze per esami diagnostici in seguito alle conseguenze subite per un incidente automobilistico avvenuto il 01-01-2016 poco dopo le 11 di mattina in via Belfiore nella città di Firenze, mia figlia viene trasferita al reparto di neurochirurgia 1 CTO Careggi.Io incontro un chirurgo in brevi attimi di colloquio avvenuto pressapoco tra le nove e le dieci di sera dove mi informa che mia figlia deve essere operata alla colonna vertebrale. Attimi dove lo stile relazionale emerge in tutta la sua vivacità.

 Non ho ancora un letto dove dormire perché non risiedo a Firenze, ma a Padova, non riesco quasi a rendermi bene conto della situazione e di quello che sta succedendo e cerco di contattare con il mio iPhone un amico medico di famiglia che durante le festività si trova in Polonia per ottenere qualche opinione e consiglio in proposito. 

Infatti sono ancora indecisa se lasciare mia figlia lì o trasportarla all’ospedale a Padova anche in elicottero se le sue condizioni non lo permettessero in ambulanza, per tutta una serie di motivi logistici e non.

Purtroppo la linea si prende con difficolta, il mio iPhone suona, ma non apre la comunicazione ed io stupita mi perdo in inutili tentativi quando l’esperta voce chirurgica che sta di fronte a me, mi apostrofa con tono da bulletto fiorentino: ” cosa serve acquistare un telefonino così evoluto se poi non è neanche capace di usarlo”, rimango di stucco per una simile affermazione, ma mi sforzo di mantenere la concentrazione diretta sulla questione che mi sta a cuore l’operazione di mia figlia, e sul fatto che sto per mettere la vita di mia figlia nelle mani esperte di un bullo fiorentino che sembra avere un curriculum da star chirurgica. Continuo a pensare che il luogo appropriato di simili battute sia una cena tra amici, ma forse l’esperto chirurgo alle ore 21 del primo dell’anno 2016 ha confuso la prima accettazione di un intervento chirurgico con lo scambio di battute di un convito gaudente. E questa confusione non avviene certo per caso, ma ha una sua logica psicodinamica.

Quando poi arriva la mattina dell’operazione poche ore prima, tra le sei e le sei e trenta, una infermiera dai bei capelli biondi che ha appena iniziato il suo turno di lavoro entra nella stanza accendendo la luce, poi rivolge una domanda a mia figlia che giaceva immobile sul letto avvolta nei sudori procurati da un cocktail antidolorifico in vena che la stava salvando da terribili dolori alla schiena. 

Da una tale situazione ella risponde con un fil di voce flebile e dolorante dal letto.

Al che con un tono sicuro e deciso nella sua bella cadenza Fiorentina ella aggiunge con enfasi: “Ehh….che tu fai la voce da gattino? Al che io intervengo dicendo: “la ragazza tende di consueto ad avere un timbro di voce basso, mentre io l’ ho alto…….”, ma lei aggiunge: “no no cara signora lei la fa proprio la voce da gattino quella voce lamentosa che la vuole tanto intenerire, ma non l’è più una bimba”.

Mia figlia, 24 enne, sempre più flebilmente le risponde:”ma è perché sono tutta dolorante e sto male”.

Non intendo dilungarmi nelle battute che poi io e codesta signora infermiera ci siamo scambiate, ma passo subito a focalizzare l’attenzione sul tema espresso nel titolo e su cui limito la mia riflessione.

Codesta infermiera Fiorentina non si limitava a svolgere il suo servizio con appropriatezza e diligenza, ma inseriva nella comunicazione tra paziente e infermiere un vero e proprio elemento contro transferale. Si parla tecnicamente di transfert e contro transfert ( termini originariamente derivati dalla disciplina psicoanalitica) quando si agiscono con le parole o le azioni affetti od emozioni di cui non si è consapevoli, ma che si vuole negare e tenere distanti dalla propria percezione cosciente, mentre invece sarebbe necessario esserne consapevoli, o imparare ad esserlo in particolare per il personale medico e paramedico che lavora quotidianamente in contesti di sofferenza umana. 

Sofferenza umana che sempre si trova sia alle origini di ogni azione volta al bene che di ogni azione volta al male, sia alla radice di ogni dire-bene (benedizione che ci pervade)che di ogni dire-male(maledizione che ci pervade).

Infatti se la signora infermiera l’era stata così brava a recepire empaticamente il messaggio emozionale e l’affetto contenuto nel flebile tono della paziente non era peró stata altrettanto interessata e brava a recepire e a prendere coscienza della sua personale reazione emozionale al messaggio verbale e non verbale della paziente e del suo interiore affetto sottostante e reattivo “la durezza di chi per affrontare la vita in corsia non è disposto ad intenerirsi ma tende a negare la tenerezza e a prendere le distanze da una materna empatia” .

Mettendo cosi in evidenza non diversamente dal chirurgo, un suo preciso stile relazionale, personale e individuale di fronte alla afflizione e al dolore.

Traumi nascosti e lontani possono riapparire o dolori non sufficientemente elaborati e strategie caratteriali e comunicazionali mantengono il personale che quotidianamente abita le corsie ospedaliere lontano e distaccato da emozioni quali ansia e dolore. Opportunamente e a ragione ?

Puó essere, ma certamente senza esserne consapevoli, ma come parte della messa in atto di automatismi relazionali persi tra battute e risposte.

Pensieri ed emozioni sono responsabili in questo caso , dei nostri schemi relazionali e cognitivi così come di quell’Enfatico e disinvolto intervento infermieristico : ” ehh….che tu fai la voce da gattino?” O della battuta della star chirurgica: “cosa serve acquistare un telefonino così evoluto se poi non è neanche capace di usarlo” .

In quel reparto dove l’ esperta e professionale mano del chirurgo può salvare la vita o distruggerla, queste considerazioni sul piano psicologico sono relegate ai margini di una valutazione complessiva dell’intervento medico e paramedico di un istituzione ospedaliera.

Ma sono realmente marginali? 

Io credo che ancora nella formazione del personale medico e paramedico dove professionalità, efficenza, funzionalità e organizzazione occupano il primo posto, occuparsi di stili relazionali, di stili cognitivi, di transfert e contro transfert in corsia, sia un lusso che la nostra attuale medicina e i nostri reparti ospedalieri poco si concedono sia per motivi economici e di budget, che per motivi di cultura e intelligenza emozionale.

Dopo queste dovute riflessioni, posso dire alla luce degli eventi che seguirono che le abilitá professionali e chirurgiche del bulletto fiorentino hanno rimesso in piedi mia figlia in una settimana, così come le efficienti e scrupolose cure infermieristiche. E seppur con i limiti delle umane è troppo umane singole psicologie, posso dire che il reparto funziona sicuramente ad un livello assai elevato e specializzato fra il panorama delle strutture neurochirurgiche italiane.

D’altra parte sempre più sono convinta che la medicina oggi si occupa di organi e di fisiologie ramificandosi in specializzazioni e pratiche specialistiche sempre più raffinate e lontane da una conoscenza globale, complessa e integrata dell’ uomo, mentre la psicologia relazionale, cognitiva e psicodinamica si occupa soltanto di persone.

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